mercoledì, 27 febbraio 2008

In questo periodo sto latitando molto su questo blog e su internet in generale, e mi dispiace, ma anche volendo non riesco a trovare il tempo per pensare a qualcosa da poter scrivere... Anzi, a dire la verità, ultimamente non trovo nemmeno il tempo per collegarmi, e le poche volte che riesco a farlo, la connessione non funziona.
E vabbè, c'è di peggio...

Comunque adesso sono qui, finalmente, e ho voglia di scrivere un po'.
Questa mattina l’ho dedicata interamente alla simulazione di terza prova e sono davvero esausta...
Ieri sera ho studiato fino a tardi, ben consapevole del fatto che non avrebbe aiutato ai fini della conoscenza, visto che, arrivati a quel punto, le cose o si sanno o non si sanno.
Ma che devo dirvi? Sono fatta così, ho sempre paura di tralasciare qualche dettaglio e di pentirmene il giorno della prova... Il risultato è che sono stanchissima ma forse leggermente più soddisfatta.

Le materie della simulazione di oggi erano inglese, latino, matematica e filosofia.
Inutile dire che quella che mi preoccupava di meno era filosofia, perché è di sicuro quella che studio più volentieri ed è forse per questo che mi riesce bene, anche se a dire la verità oggi mi ha messo un po’ in difficoltà…
Adoro moltissimo anche la letteratura inglese, soprattutto quest’anno…
Prima i poeti romantici, ora Wilde e Shaw… Sono autori diversi che però racchiudono sempre qualcosa di estremamente interessante.
Per quanto riguarda latino, nonostante io vada ad un liceo classico, era la materia di cui ero meno sicura: non avevamo mai fatto un compito serio di letteratura, quindi era ovvio che fossimo preoccupati in tal senso… Oltretutto abbiamo dovuto studiare dei passi lunghissimi di Seneca e Lucrezio a memoria, e questo sicuramente non è stata una passeggiata.
Di matematica ero stranamente tranquilla, ma forse non c’è da stupirsi neanche più di tanto visto che nel mio liceo le ore scientifiche sono tante quante quelle umanistiche e si lavora come ad uno scientifico vero…
Il senso comune imporrebbe che vi fosse una gerarchia di materie o che quantomeno vi fosse una scala di importanza e quindi di impegno, altrimenti non avrebbe senso la scelta differente, ed un classico sarebbe uguale ad uno scientifico.
Ma purtroppo è esattamente così… Tutti pretendono tantissimo nella loro materia e poco importa che non sia di indirizzo, anzi alcuni insistono proprio per questo, per dimostrare che la loro materia non è da calpestare e fanno lavorare ancora di più del normale.
Risultato? Massimo studio ed impegno in tutte le materie e stanchezza non indifferente. Oltre ad una grande dose di nervoso che, nel mio caso, si aggiunge all’insicurezza perenne e alla paura di deludere.

Ci sono persone che hanno vissuto benissimo gli anni del liceo, divertendosi come pazze e studiando il giusto… Per me non è stato così, ma ormai non me ne lamento più; tra qualche mese finalmente sarà tutto finito ed inizierà un nuovo capitolo.

Non sono una sognatrice fuori dalla realtà e so che il cambiamento non significa un effettivo miglioramento perché l’università non è uno scherzo, ma io ho proprio bisogno di cambiare realtà, dedicarmi a qualcos altro di completamente diverso, capire se posso farcela anche in un altro ambiente. E poi sono anche curiosa di vedere se la facoltà che ho scelto corrisponda ai miei pensieri…

Un passo alla volta, per ora va già bene così…

Mi volto e vedo così ben presenti nella mia mente i campi e i bivacchi di quest’estate, mentre sono già così lontani…
Sono felicissima di aver iniziato l’attività all’oratorio, insegnare pallavolo ai bimbi è davvero divertente e stimolante, e mi rende felice.

Spero che nulla vada perduto, e che sia ancora lì quando potrò
dedicargli tutto il mio tempo.

“Un ragazza che prima era sempre stata insicura di se stessa e che non aveva mai pensato veramente a dove dirigere la sua Vita, forse per la paura di dover scegliere, adesso si sentiva in pace con se stessa e dentro lei vi era la voglia di andare avanti per scoprire se il suo cammino sarebbe stato quello che, dopo la lettura, lei aveva immaginato nella sua mente.

Non si trattava di sciocche illusioni o vana utopia, ma solo della voglia di sfidare se stessa, consapevole del fatto che sarebbe andata incontro a grandi delusioni, ma anche ad indescrivibili soddisfazioni.”

 

Petali di pesco

 

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lunedì, 18 febbraio 2008

Il rumore del vento.

Riusciva a percepire solo quello, anche se talvolta persino quel lieve mormorio era velato da un silenzio irreale. L’estate era nel pieno del suo vigore, gli alberi regalavano con i loro fiori la vitalità della natura e i colori del tutto esprimevano la gioia del vivere.

Non era così usuale quello spettacolo; le città erano tutte caratterizzate dall’incontrollabile fretta dettata dalle preoccupazioni e dagli affanni di una Vita percorsa troppo velocemente e il risultato di questo stato d’animo si poteva chiaramente osservare nel colore pallido dei prati dei pochi giardini che ancora vi erano, e soprattutto nella tristezza degli alberi.

Non sapeva perché, ma era sempre riuscita a capire le sensazioni di un albero.

Molti ne guardavano il tronco per contare gli anni che aveva, altri le foglie per constatare la sua salute, altri ancora il fogliame intero per evitare che creasse fastidi.

Lei invece non era mai riuscita a pensare a quelle cose.

Ogni volta che osservava il tronco, il suo sguardo pian piano saliva verso l’alto per ammirare l’armonia del tutto, come se la semplice vista del legno non le desse soddisfazione perché quella non era l’albero, ma solo una parte.

Lei si perdeva nell’osservare la Vita che le si offriva davanti e riusciva sempre a capire se in quella creatura ci fosse felicità o tristezza.

Non sapeva spiegare il perché, e forse non voleva nemmeno provare a farlo.

Perché rovinare tutto con semplici e banali parole? Agli sguardi scettici delle persone intorno a lei, nel caso si fossero domandate il suo metodo di giudizio, avrebbe risposto che era così che vedeva il mondo.

E non le importava se questa risposta sarebbe risultata infantile e priva di senso.

Lei era oltre tutto questo perché rapita da altro.

Era affascinata dalla tenerezza che un albero poteva comunicare, completamente innamorata di quell’ombra che ogni volta, al calare del sole, si creava sul terreno, accarezzando cose e persone.

Era semplicemente incredibile quanto la natura comunicasse con gli uomini e quanto loro non se ne accorgessero…

La stessa ombra che ogni albero rilasciava la sera, era una parte della sua essenza che secondo il ciclo della natura veniva regalata al paesaggio esterno, costellato da milioni di altre creature…

Ed era proprio nell’intrecciarsi delle ombre di ognuna di loro che avveniva la comunicazione inconsapevole ma necessaria…

Lei non sapeva perché tutto questo continuava ad affascinarla anche adesso, a distanza di anni dalla sua infanzia.

Forse in un angolo della sua mente si era nascosto un bambino che continuamente le suggeriva come colorare le sue giornate, o forse era lei stessa ad aver bisogno di qualcosa di diverso dalla solita quotidianità, e aveva trovato dentro di sè la sua chiave di lettura del mondo.                   

                                              (Petali di Pesco)

 

 

Questo è l’inizio della mia ultima storia, finita proprio ieri…

Voglio dedicarla di tutto cuore alla persona che mercoledì compie gli anni e che oggi è stata festeggiata a dovere, con tanto di sorpresa, da persone che le vogliono un bene grandissimo e che vedono in lei un importante punto di riferimento.

Dedico questo mio racconto particolare anche a queste stelle luminose che sono apparse inaspettatamente sul mio cammino, rendendolo davvero degno di essere vissuto.

 

Grazie, dal profondo del cuore.

 

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sabato, 09 febbraio 2008

                           Questa sera la luna sogna più dolcemente;

come una bella fanciulla che sui tanti cuscini

con mano distratta e leggera prima di addormentarsi

accarezza incostante la sua pallida soffice guancia,

e sul dorso lucido di teneri tessuti si abbandona a lunghi smarrimenti,

voltando lo sguardo verso le visioni bianche

che salgono nell’azzurro come fiori in boccio.

Quando su questa terra ella lascia cadere su questa terra una lacrima furtiva,

un pio poeta, incurante del sonno,

accoglie nel cavo della mano questa pallida essenza dai riflessi irradiati

come un frammento d’opale,

e la nasconde nel suo cuore agli sguardi del sole.

 

                                             (Charles Baudelaire)

 

Chissà se la luna conosce veramente il motivo dei suoi pensieri, il perché del loro manifestarsi così intenso e costante durante il suo Viaggio nella volta celeste.

Forse non sa, forse non ne è consapevole, o forse sa tutto e chiaramente ma capisce che questa consapevolezza non allevia il suo dolore.

Forse essa non fa altro che farla stare più male, o forse è lei stessa ad bisogno di tutto questo… Sa di dover passare attraverso la barriera del dolore per capire qualcosa di ulteriore che la possa aiutare davvero.

O forse semplicemente lo spera.

La luna è insicura, e non sa cosa sia meglio per lei, che cosa possa rendere il suo Viaggio un percorso lineare e sereno.

Non sa se tutte le sue riflessioni serviranno a qualcosa, ma nel suo candore ed ingenuità crede che esprimerle sia come esserne più consapevoli, e questo non può che fare bene, anche se sa che, con questo ragionamento, è giunta di nuovo al punto di partenza.

Il peso di questa sua consapevolezza.

La luna non sa come risolvere alcune sue insicurezze. Pensandoci davvero, non riesce neanche a trovare un motivo valido affinché esse debbano esistere.

E questo forse significa che non dovrebbero esserci?

Lei sa che probabilmente è così, ma non le basta.

Ha imparato a scavare dentro di sé per capire anche il suo più piccolo aspetto, ma non è ancora arrivata a comprendere il più profondo angolo del suo animo.

O forse quando ci è andata molto vicino, se ne è allontanata per paura di rimanere scottata da se stessa.

Ma la verità è che lei non sa. Vorrebbe sapere ma non sa.

Vorrebbe continuare il suo Viaggio accanto a luminosi astri incontrati sul suo cammino, ma sa di non poterlo fare.

Sa che potrà solo vedere da lontano la luce della loro scia.

Sa che ogni astro del cielo ha il proprio corso e la propria Meta da raggiungere anche se la maggior parte di essi non sa quale sia.

Non è spaventata da questo, non molto.

La luna sa che qualcosa illuminerà il suo percorso per dirigerla in un punto sicuro, o forse troverà il coraggio di seguire la luminosità che è dentro di lei.

Lei queste cose le sa.

Ma forse vorrebbe non saperle.

Vorrebbe non voler vedere sparire le luci nel cielo.

Sa che accadrà e sa che è giusto così, ma non sa come fare a non sedersi e piangere.

Vorrebbe sfogare i suoi pensieri in maniera completa ma forse neanche lei sa se questo le gioverebbe o se gioverebbe agli altri astri del cielo.

Non vuole vedere le lacrime che lei stessa piange dentro di sé negli occhi teneri delle stelle che la accompagnano, come conseguenza delle sue parole.

Sa di dover fare qualcosa, ma non vorrebbe far nulla perché crede che dopotutto il tempo che si ha non sia mai abbastanza e che per questo esso vada vissuto nel modo migliore possibile, sempre.

La luna piange silenziosa nel constatare quanti pensieri si possano affollare nella sua mente, ma forse non è questo il motivo del suo pianto.

Non sa perché lei si trovi a pensare tutto quello a cui sta pensando, e non sa come gli altri astri guardino questo suo vivere il mondo.

O forse lo sa, e proprio per questo si sente insicura.

O crede di esserlo.

In realtà la luna sa solo di essere costellata da tanti forse che lei spera che un giorno faranno parte di quel cielo di stelle fisse che lei ardentemente cerca.

 

In lontananza, una leggera melodia suona.

 

postato da: mac89 alle ore 11:31 | Permalink | commenti (20)
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giovedì, 07 febbraio 2008

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Scrivere, per esempio: "La notte è stellata, e tremano, azzurri, gli astri in lontananza". 
 E il vento della notte gira nel cielo e canta.
Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Io l'ho amata e a volte anche lei mi amava.
In notti come questa l'ho tenuta tra le braccia.

L'ho baciata tante volte sotto il cielo infinito. 
 Lei mi ha amato e a volte anch'io l'amavo.
Come non amare i suoi grandi occhi fissi. 
 Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Pensare che non l'ho più. 
Sentire che l'ho persa.

Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.
E il verso scende sull'anima come la rugiada sul prato. 
 Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.

La notte è stellata e lei non è con me.
Questo è tutto. 
Lontano, qualcuno canta.

Lontano.
La mia anima non si rassegna d'averla persa.
Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.
Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.
La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.
Noi, quelli d'allora, già non siamo gli stessi.

Io non l'amo più, è vero, ma quanto l'ho amata.
La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.
D'un altro.  Sarà d'un altro. 
Come prima dei miei baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. 
I suoi occhi infiniti.

Ormai non l'amo più, è vero, ma forse l'amo ancora.
E' così breve l'amore e così lungo l'oblio.
E siccome in notti come questa l'ho tenuta tra le braccia,
la mia anima non si rassegna d'averla persa.
Benchè questo sia l'ultimo dolore che lei mi causa,
e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

                                                                Neruda

Completamente rapita da questa infinita dolcezza, posso solo dire...Grazie.

postato da: mac89 alle ore 20:46 | Permalink | commenti (6)
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lunedì, 04 febbraio 2008

A Eudossia, che si estende in alto e in basso, con vicoli tortuosi, scale, angiporti, catapecchie, si conserva un tappeto in cui puoi contemplare la vera forma della città.

A prima vista nulla sembra assomigliare meno a Eudossia che il disegno del tappeto, ordinato in figure simmetriche che ripetono i loro motivi lungo linee rette e circolari, intessuto di gugliate dai colori splendenti, l’alternarsi delle cui trame puoi seguire lungo tutto l’ordito.

Ma se ti fermi ad osservarlo con attenzione, ti persuadi che a ogni luogo del tappeto corrisponde un luogo della città e che tutte le cose contenute della città sono comprese nel disegno, disposte secondo i loro veri rapporti, quali sfuggono al tuo occhio distratto.

 

Tutta la confusione di Eudossia, le macchie di nerofumo, l’odore di pesce, è quanto appare nella prospettiva parziale che tu cogli; ma il tappeto prova che c’è un punto dal quale la città mostra le sue vere proporzioni, lo schema geometrico implicito in ogni suo minimo dettaglio.

Perdersi a Eudossia è facile: ma quando ti concentri a fissare il tappeto riconosci la strada che cercavi in un filo di cremisi o indaco o amaranto che attraverso un lungo giro ti fa entrare in un recinto color porpora che è il tuo vero punto d’arrivo.

Ogni abitante di Eudossia confronta all’ordine immobile del tappeto una sua immagine della città, una sua angoscia, e ognuno può trovare nascosta tra gli arabeschi una risposta, il racconto della sua Vita, le svolte del Destino.

 

Sul rapporto misterioso di due oggetti così diversi come il tappeto e la città fu interrogato un oracolo.

“Uno dei due oggetti – fu il responso – ha la forma che gli dei diedero al cielo stellato e alle orbite su cui ruotano i mondi; l’altro ne è un approssimativo riflesso, come ogni opera umana”.

Gli àuguri già da tempo erano certi che l’armonico disegno del tappeto fosse di natura divina; in questo senso fu interpretato l’oracolo, senza dar luogo a controversie.

Ma allo stesso modo tu puoi trarne la conclusione opposta: che la vera mappa dell’universo sia la città d’Eudossia cos’ com’è, una macchia che dilaga senza forma, con tutte le sue vie che si intersecano in un’infinita danza leggera.

                                                      (Le città invisibili, Italo Calvino)

 

 

Non vorrei aggiungere parole a questo scritto…sarebbe da leggere ed assaporare così com’è, traendo pensieri positivi o negativi a seconda di cosa uno vi legge e delle sensazioni che vengono singolarmente comunicate.


Tuttavia, nonostante non ami molto il modo di scrivere di Calvino (ma forse ho letto troppi pochi suoi libri per poter dare un parere serio), mi piacciono molto le trame e i personaggi con valore simbolico delle sue storie, come il Cavaliere Inesistente e le Città Invisibili.

Questa sera ho sfogliato il libro che ho letto un po’ di tempo fa, obbligata dalle necessità scolastiche; adesso c’è solo la voglia di leggere e non il dovere di farlo.

Ho esplorato le pagine per cercare il segno del fatto che non mi ero sbagliata a considerare bello e particolare questo libro…e l’ho trovato.


Anzi, li ho trovati, perché i segni sono più di uno.

Queste città invisibili, alcune delle quali davvero bizzarre, contengono davvero una caratterizzazione fine delle abitudini dell’uomo e della sua Vita.

Sono tutte interessanti da leggere, ma questa in particolare mi aveva colpito…

L’immagine di un tappeto che, impolverato e nascosto chissà dove nella città, ne contiene la sua forma, la sua sostanza primaria.


Ma gli uomini non sanno se la città derivi dal tappeto e se il tappeto sia solo il riflesso della città… In esso sono rinchiuse tutte le vie, i sentieri, le complicazioni, le risposte…

Chissà se gli uomini saranno così attenti  e desiderosi di cercare per scoprire qualcosa di ulteriore che li costituisce… Forse il tappeto a prima vista non fornirà loro ciò che cercano, ma ad uno sguardo davvero attento forse si accorgeranno che la Vita non è stata tutta persa…

 

postato da: mac89 alle ore 20:59 | Permalink | commenti (10)
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